Due passi tra arte e storia a Gaio e Baseglia

Chiunque volesse intraprendere, naturalmente in una bella giornata di sole, un viaggetto a ritroso nel tempo, un piccolo viaggio nel mondo dell'arte e della storia friulane, dovrebbe scansare le strade di maggior traffico, dovrebbe trovare un po' di pace anche in se stesso e, subito dopo Spilimbergo, deviar sulla destra alla ricerca della strada vecchia (ora accuratamente asfaltata, non si preoccupi il turista!) che da Baseglia porta verso Gaio: una strada antica più che vecchia, che un tempo portava dal nord mercanti e pellegrini e li guidava a sud o ai frequentati guadi del Tagliamento. Ora a noi la stessa strada servirà per recuperare un po' d'attenzione per le cose d'arte dei secoli passati, che sono pur sempre li a ricordarci che gli uomini e le generazioni vengono giudicati, alla fin fine, anche per quel che lasciano: opere d'arte, piccoli segni, lievi tracce, nulla.

Ma immaginiamo di aver dunque intrapreso il nostro viaggio. Imboccata quella strada, poco prima della chiesa di Baseglia, sulla sinistra e al lato della via, troviamo una cappelletta decorata da affreschi, è l'Ancona della Pietà. Dopo il recente restauro del 2010 possiamo nuovamente ammirare una Deposizione e sulla parete destra un Santo Vescovo e una Madonna col Bambino. Quest'ultimo affresco, in particolare, si presta ad alcune osservazioni. Il Bambino, sostenuto in grembo dalla Madonna incoronata, abbraccia affettuosamente la madre; l'immagine comunica al tempo stesso dolcezza e sacra regalità. Tale iconografia, tale tipo di raffigurazione che vede la Madre e il Bambino in tenero colloquio era abbastanza diffusa in Italia e nel resto d'Europa tra la fine del Trecento e i primi decenni del Quattrocento, nell'ambito del cosiddetto gotico internazionale: ma poi cedette il passo al diffondersi di altre variazioni iconografiche. Ora il pittore che ha dipinto la Madonna di Baseglia (e pure l'adiacente Santo Vescovo) mostra di essere un frescante di buon livello qualitativo: pone cura nella scelta dei colori e nella resa dei particolari, determina in modo essenziale ma efficace una volumetria per piani sovrapposti. Lo stesso pittore ha forse anche realizzato la Deposizione che compare sulla parete di fondo della cappella. E se nella Madonna col Bambino si rivelava legato ad elementi figurativi tradizionali, qui si mostrò un po' aggiornato e, sia pure in una composizione affollata, riuscì a dominare con una certa sicurezza lo spazio sia in larghezza che in profondità: infatti alcuni lacerti dell'affresco lasciano intravedere la ben delineata volumetria dei panneggi, delle vesti. Un ignoto pittore di buon livello, dunque, ha affrescato questa cappella, un pittore che ha operato verso la metà del XV secolo e nei decenni immediatamente seguenti. Ma l'attribuzione generica di tali brani d'affresco a Gianfrancesco da Tolmezzo, che verso il 1481 iniziò la decorazione della chiesa di S. Antonio a Barbeano, pare non del tutto convincente.

Proseguendo nel nostro itinerario incontriamo la chiesa di S. Croce. Ha l'aspetto sobrio e severo delle nostre chiesette rinascimentali e sul fianco le si appoggia un austero campanile di sassi e pietre. Prima di accostarci alla chiesa diamo un'occhiata in alto, alla cella campanaria e noteremo qualcosa di insolito: ognuna delle chiavi di volta, ognuna delle pietre di colmo degli archi porta scolpito un mascherone; e questi sono due per ogni lato della cella: due a sud, due a est, due a nord, due a ovest; dominano dall'alto i punti cardinali posti simbolicamente all'orizzonte; guardano lontano rudi e minacciosi. Insomma la funzione apotropaica di tali figure pare evidente: con la loro particolare carica magica devono allontanare qualsiasi pericolo o maleficio si profili.

Ma ora avviciniamoci all'entrata principale della chiesa, quella posta a sud, verso la strada. Due guglie, probabilmente cinquecentesche, ci conducono verso il portale scolpito. Questo, al centro di ogni stipite, presenta due specchiature circolari decorate: la prima di sinistra porta scolpito il nome IESUS e la seconda una croce greca da cui si dipartono dei boccioli; sull'altro stipite compare verso l'interno la figura di un sole da cui si dipartono otto raggi e verso l'esterno un largo fiore stilizzato. L'interpretazione di uno di questi simboli, in passato, ha creato qualche equivoco. Ma invece, almeno ad una prima analisi, tali segni sembrano rifarsi all'intitolazione della chiesa: il nome IESUS è messo in consueta relazione con la Croce-Cristo da cui prendono origine frutti spirituali e vita eterna; il Sole-Cristo, sorgente di vita, è posto accanto ad un fiore stilizzato, forse una ninfea, che simboleggia lo stesso valore solare.

A destra del portale un affresco rappresenta la figura di S. Cristoforo.

Una volta oltrepassata la soglia il nostro sguardo è subito attratto dagli affreschi del coro. Affreschi ormai celebri, realizzati dal pittore Pomponio Amalteo (1505-1588), allievo e genero di Giovanni Antonio de Sacchis detto il Pordenone. Avremo magari già diligentemente letto nel catalogo della mostra dedicata al pittore nel 1980 che "Dopo la morte del Pordenone, sopraggiunta a Ferrara nel 1539, Pomponio assume la leadership nell'ambiente artistico friulano: nel 1544 intraprende la decorazione della Parrocchiale di Baseglia, ultimata nel 1550 sebbene i pagamenti si protraggano per oltre un ventennio. I temi illustrano Scene della Passione di Cristo e Storie della Croce. Nella volta quadripartita si accampano i consueti Padri della Chiesa, Evangelisti, Profeti; nel semicatino absidale Cristo in gloria tra angeli e santi che reggono i simboli della Passione. Anche in questo caso l'artista si ispira ai prototipi cremonesi del Pordenone, attuando un "montaggio" a freddo dei vari spunti che adatta a diversi spazi da decorare. Disegni preparatori per gli affreschi della parete sinistra si conservano rispettivamente a Firenze e Torino..." (C.Furlan). C'è da dire che accanto a parti ben organizzate e dipinte si notano alcuni momenti più deboli e meno convincenti: ma l'Amalteo in quegli anni era molto impegnato, portava avanti più lavori contemporaneamente, pure quello riguardante gli affreschi della chiesa parrocchiale di Lestans. Anche per questo i critici diedero poi giudizi diversi riguardo alle pitture di Baseglia: il Cavalcaselle (1976) le trovò diseguali e già mal ridotte; lo Zotti (1905) le giudicò un capolavoro, di colorito caldo, e ancor più rovinate; il Bergamini (1973) osservò come l'Amalteo avesse dimostrato maturità d'espressione, capacità inventiva, vena ritrattistica; il Menegazzi (1980) notò alcune scene macchinose e affollate e piuttosto teatrale la tragicità che alcune raffigurazioni vorrebbero sostenere. Tutti i critici comunque giudicarono la figura della Carità, dipinta sull'intradosso sinistro dell'arco trionfale, una delle migliori e vive tra quelle dipinte dall'artista. Ad ogni modo prima di distogliere lo sguardo da questi affreschi converrà far proposito di rileggere gli interessanti documenti, pubblicati dallo Zotti, riguardanti i pagamenti all'Amalteo: parlano di spese sostenute per "carezzar lo Pictore da S. Vido", per "savolon", "malta", "armadure", "pan et pesce", "candele" e "Oglio de Lino per metter in la malta della banda della Tramontana": tecnica inusuale, almeno per il vero e proprio affresco, ma che pare sia servita a ben conservare l'opera fino a noi; non altrettanto si può dire purtroppo per le pitture della parete sud a cui i muri del campanile hanno trasmesso per capillarità tanta umidità da compromettere gli affreschi, tuttavia ben recuperati da un recente restauro. 

Ma sempre nel coro, a reggere simbolicamente la volta celeste in cui stanno Sibille, Profeti, Evangelisti e Padri della Chiesa, possiamo notare due sculture raffiguranti Telamoni, vecchi seduti e curvi che, pur nell'abbandono del sonno, sostengono il cosmo: raffigurano probabilmente l'umanità primordiale, l'umanità priva della rivelazione, della vita dello spirito.

Scendendo poi dal presbiterio e procedendo verso la navata notiamo la bella balaustra in pietra e verso il fondo l'acquasantiera e il fonte battesimale: sono entrambe opere rinascimentali di sobria ed equilibrata fattura in cui gli ornamenti classicisti (baccellature, scanalature rudentate, motivi a perle) dominano con un qualche merito lo spazio delle superfici.

Sulla verticale del fonte battesimale notiamo pure una statua in pietra raffigurante la Madonna col Bambino: per motivi stilistici sembra di poterla riferire allo stesso autore dei Telamoni del coro; e più in particolare entrambe le opere sembrano ascrivibili alla produzione di Donato Casella (notizie dal 1506 al 1553/59), scultore che continuò nelle nostre terre la poetica del Pilacorte, suo suocero. Sembra che la Madonna col Bambino di Baseglia sia datata, sul retro, 1527: occorrerebbe una verifica. Comunque se si guarda ancora più in alto si troveranno dei segni che confermano delle ipotesi e aprono nuove prospettive: alcune delle mensole in pietra che reggono le travi del tetto, esattamente quelle sui due lati in corrispondenza dell'entrata, portano degli stemmi. Due mensole portano scolpito il noto stemma dei Signori del luogo, gli Spilimbergo; due mensole portano scolpita una Croce; ma le altre due mensole mostrano lo scudo partito tra due stemmi: quello del lato sud si divide tra lo stemma degli Spilimbergo e lo stemma Altan; quello del lato nord presenta, oltre al solito stemma degli Spilimbergo, lo stemma dei Porcia. Chi ha dunque fatto costruire la chiesa o comunque ne ha favorito benevolmente d'edificazione? Naturalmente il Signore del luogo, molto probabilmente quello stesso Edoardo di Spilimbergo che in un documento del 1552 è detto aver giurisdizione su Gaio, Baseglia e Tauriano: una conferma si ha quando si viene a sapere che Edoardo di Spilimbergo aveva sposato Orsina contessa di Porcia e che la madre del suddetto Edoardo era Leonarda d'Altan, sposa d'Alvise di Spilimbergo. Ma Alvise doveva essere già defunto quando Edoardo, suo figlio, volle rendere omaggio anche alle casate della madre e della moglie con il far accostare al suo gli stemmi d'Altan e di Porcia. Ora, volendo sintetizzare, si può ritenere che il nostro Donato Casella, genero e continuatore proprio di Giovanni Antonio Pilacorte (che aveva già lavorato per i Signori del luogo e amava definirsi e firmarsi "di Spilimbergo"), abbia ricevuto dal conte Edoardo l'incarico di provvedere all'intera decorazione scultorea della chiesa: portale, Telamoni, balaustra, Madonna col Bambino, fonte battesimale, acquasantiera.

Proseguendo la nostra visita notiamo che sulla parete nord della navata c'è un affresco che raffigura S. Elena: anche in questo caso la tradizionale attribuzione all'Amalteo non convince. Tale Santa presenta invece analogie stilistiche con la figura di S. Cristoforo affrescata all'esterno, sulla parete sud: la stessa sproporzione del volto rispetto al corpo, gli stessi occhi piccoli e pungenti, le stesse labbra strette. Il S. Crisfoforo poi ha evidenti radici pordenoniane e amalteiane: l'ignoto autore di Baseglia andrà dunque cercato nell'entourage dei due maestri.

Prima di lasciare la chiesa dobbiamo però ammirare il bel Crocefisso dipinto da Gasparo Narvesa (1558-1639) ed inserito in un altare ligneo ricco di decorazioni; quest'altare fa pure pendant con un altro di uguale fattura e qualità ed entrambi appaiono significative opere dei primi decenni del XVII secolo.

 

Rimettiamoci ora in cammino e raggiungiamo rapidamente Gaio.

All'incrocio con la strada che porta alla chiesa troviamo una cappelletta, recentemente restaurata, decorata da due affreschi di Marco Tiussi (notizie dal 1527 al 1573), pittore spilimberghese. Sulla fronte se ne sta bel bello un Leone di S. Marco con ai lati gli stemmi Spilimbergo, Trus, Solimbergo; sul fondo compare una Madonna col Bambino fra i Ss. Rocco e Caterina, affresco che tenta di aggiornare con l'escamotage del reticolo prospettico una raffigurazione devozionale e popolaresca. Da notare inoltre che il Leone a guardia di questa cappelletta trova un suo stretto parente nel Leone esistente a Spilimbergo in via S. Bernardo, nei pressi del Duomo.

Ed ora, a conclusione del nostro viaggio raggiungiamo la chiesa di S.Marco, in splendida posizione dominante sul greto del Tagliamento. In questo luogo da molto tempo doveva esistere una chiesa a protezione di un frequentato guado che cadeva sotto la giurisdizione dei Signori di Varmo; poi nel 1358 i Signori di Spilimbergo misero a ferro e fuoco questa località, ma in compenso elessero il borgo a sede di una delle loro residenze e permisero che, alla fine del XV secolo, la chiesa fosse ingrandita e abbellita. Infatti sull'architrave della porta sta ancor oggi inciso: "ALOUISIO CAII DOMINO HANC AEDEM INCOLAE STATUERUNT SANCTO MARCO LOCI GENIO MXD", cioè "Ad Alvise (di Spilimbergo, padre del già citato Edoardo) Signore di Gaio gli abitanti dedicarono questa chiesa, essendo S. Marco patrono del luogo, 1490". Sullo stipite sinistro, del portale sta inciso "HEC EST PLEBS SANCTI MARCI DE CAJO "; e più in basso "OPERA DE IHOANE ANTONIO PILACORTE HABITANTE DI SPILIMBERGO 1490, 14 OCTOBRE", cioè "Questa è la Pieve di S. Marco di Gaio", "Opera di Giovanni Antonio Pilacorte abitante di Spilimbergo, 1490, 14 Ottobre". Come è stato già osservato, il portale si caratterizza per una certa euritmia che rivela una sia pure artigianale assimilazione della poetica rinascimentale.

Ma degni di nota sono anche i tenui bassorilievi che corrono lungo i bordi esterni degli stipiti: intessono una delicata trama a grottesche, popolata di uccelli e frutti, di centauri e satirelli.

Sopra l'architrave sta scolpito un Leone di S. Marco: è in posa, ben pettinato e mostra i denti, ma ora non incute più a nessuno timore e soggezione.

Sulla sinistra del portale emerge un affresco consunto: la Madonna con il Bambino tra due Santi. Giudicando dai pochi lacerti, lo stile sembra ancora una volta quello di uno Spilimberghese: Giampietro di Spilimbergo (notizie dal 1502 al 1522), padre tra l'altro del già ricordato Marco Tiussi; ma, in seconda ipotesi, l'affresco potrebbe appartenere anche a Giampietro da S.Vito (e. 1470-1544). Comunque, certamente, non è un'opera di alta qualità.

Per ammirare un'opera riferibile a più degno artista conviene varcare la soglia della chiesa. Al centro della cupola del presbiterio vi è un affresco circolare che raffigura l'Eterno padre e i Simboli degli Evangelisti: l'opera è stata abbastanza di recente attribuita a Giovanni Antonio Pordenone (1483/84-1539). Ora, proprio per il fatto che questa di Gaio sarebbe una delle prime opere dell'artista friulano, è opportuno ricordare quanto scriveva il Vasari (1568): "Avendo dunque apparato i principii dell'arte, fu forzato, per campare la vita da una mortalità venuta nella sua patria, cansarsi; e così, trattenendosi molti mesi in contado, lavorò per molti contadini diverse opere in fresco facendo a spese loro esperimento del colorire sopra la calcina". Ecco dunque che sulla base di questo passo autorevole molto si è indagato nei paesi del Friuli occidentale alla ricerca dei primi affreschi del Pordenone: s'è creduto allora, qualche anno fa. d'attribuire quest'opera alla primissima attività del Pordenone (verso il 1506-1508): comunque qui a Gaio si rivela già il suo talento nell'originale organizzazione della composizione; naturalmente sono rilevabili nell’opera alcune sgrammaticature ed incertezze, ma certo l'impostazione della figura dell'Eterno denuncia legami con opere di Gianfrancesco da Tolmezzo, mentre altri particolari rinviano ai contemporanei affreschi di Vacile.

Ma ormai s'è fatto tardi e il viaggetto artistico, forse, incomicia a tediare. Converrà allora scendere le verdi rive del Tagliamento, passare per i prati ancor per poco tempo tranquilli e intatti, e giungere, alla fine, fin sotto il castello di Spilimbergo che, anche per essere simbolo dei secoli passati, può ben far da ultimo sigillo al nostro viaggio nell'arte e nella storia.

 

Angelo Bertani (aprile 1988) – da “I Due Campanili - Gaio e Baseglia – 10 anni, 1978-1988”